ARENA VISIONARI
01. Prologo

Giardini Helianthus – Cisternino (BR) | 19-20 settembre 2026

Il concept

Arena Visionari prende forma a partire da una domanda: che cosa accade quando l’opera abbandona la neutralità dello spazio espositivo e si confronta con un luogo già attraversato dalla luce, da forze differenti, dal tempo e dai corpi che lo abitano? Il 19 e 20 settembre 2026, i Giardini Helianthus di Cisternino diventano un campo sensibile nel quale pittura, scultura, fotografia, videoarte, installazione, mixed media e performance entrano in relazione con il paesaggio e con chi lo attraversa. Le opere non si dispongono secondo una successione lineare, ma costruiscono un sistema di prossimità, soglie e rimandi. Ciascuna mantiene la propria autonomia e, al tempo stesso, si lascia ridefinire dalla presenza delle altre.

La mostra si configura come un ambiente relazionale, vicino a quella “arena di scambio” attraverso cui Nicolas Bourriaud descrive l’esposizione come luogo di produzione di socialità. Il significato non risiede soltanto nelle singole opere, ma emerge dalle connessioni che esse attivano: tra gli artisti, con il pubblico e con il contesto che le accoglie.

L’arena evocata dal titolo non coincide soltanto con una forma architettonica. È una configurazione dello sguardo e della relazione: un centro temporaneo attorno al quale ci si raccoglie, uno spazio in cui le distanze vengono continuamente riscritte e ogni presenza diventa parte di un’esperienza comune. L’arena non contiene semplicemente ciò che accade, ma lo rende possibile, orientando movimenti, posture e punti di vista.

Il progetto assume così la mostra come una forma in divenire: non un contenitore di oggetti conclusi, ma una situazione nella quale opere, artisti, pubblico e paesaggio concorrono alla produzione di significato. Il percorso espositivo si costruisce nell’attraversamento, tra ciò che appare immediatamente e ciò che resta ai margini, tra la frontalità della visione e la possibilità di uno sguardo laterale, tra l’evidenza di una forma e ciò che emerge soltanto attraverso la durata.

 

 

10 gli artisti in mostra e vari i linguaggi esposti: qui la pluralità degli interventi non definisce una ricognizione, né cerca una sintesi. Produce piuttosto una costellazione di presenze autonome, la cui disposizione rende possibili associazioni temporanee.

Ogni opera individua una direzione, apre una soglia o introduce una deviazione.

Lo spettatore è invitato a muoversi all’interno di questa trama, costruendo connessioni necessariamente parziali e personali.

Per due giorni, l’arena diventa il luogo in cui le opere si avvicinano senza confondersi, il pubblico orienta liberamente il proprio sguardo e il giardino si rivela attraverso nuove presenze.

In questa dimensione si collocano le presenze scultoree di Giovanni Carpignano, con Ragni e Volatili, e di Dario Giancane, con Riforestami.

Nei lavori di Carpignano, materiali provenienti dalla tradizione agricola e dallo scarto industriale vengono ricomposti in nuove configurazioni, mentre le quattro presenze verticali di Giancane trasformano il ferro ossidato in una sorta di organismo vegetale e totemico.

Le opere introducono nello spazio forme e volumi con cui il corpo dello spettatore è chiamato a misurarsi, stabilendo distanze, attraversamenti e possibilità di relazione.

L’esperienza non è organizzata attorno a un punto di osservazione privilegiato. Chi attraversa i giardini è chiamato a scegliere continuamente dove sostare, cosa seguire, quanto avvicinarsi e quando distogliere lo sguardo. Il visitatore non riceve una visione già composta, ma ne costruisce una possibile.

In questo processo, Tratto, Composizione di Patrizia Elisa Pareo e le opere fotografiche di Angela Regina – Verde come l’abito che abito, Rami e Fragili Equilibri, introducono differenti modalità di costruzione e frammentazione dell’immagine.

Nella tela di Pareo, collage, litografia e acquerello generano stratificazioni, discontinuità e trasparenze; nelle polaroid di Regina, corpo, paesaggio, elemento naturale e gesto si incontrano attraverso sequenze, corrispondenze e intervalli. L’immagine non viene recepita passivamente, ma diventa una soglia attraverso cui lo sguardo seleziona, mette a fuoco e costruisce una relazione con ciò che vede.

Anche il corpo diventa parte di questo sistema di relazioni. In Kundalini di Giuliet Françoismarie, il Bioabito assume la forma di un dispositivo di trasformazione: materia, corpo e dimensione simbolica si incontrano richiamando un’energia vitale che attraversa e modifica la forma. Nell’arena, l’opera introduce così una dimensione rituale e trasformativa, nella quale il corpo diventa luogo di passaggio tra materia, spirito e ambiente.

Guardare diventa un esercizio di orientamento: un modo per collocarsi nello spazio e riconoscere la propria posizione rispetto a ciò che si incontra.

La curatela interviene all’interno di questo processo non come produzione di un ordine definitivo, ma come pratica di disposizione. Avvicina e separa, rende visibili alcune corrispondenze e ne lascia altre in sospensione. Costruisce le condizioni affinché lo sguardo possa muoversi tra le opere senza esaurirle in una lettura univoca. L’arena diventa, in questo senso, un dispositivo ottico e relazionale: non prescrive che cosa vedere, ma interroga il modo in cui vediamo.

Le opere scultoreo-installative di Walter Loparco, con Confini Eterni, e di Giordano Santoro, con Compossibili, si inseriscono nella relazione tra opera e luogo, intervenendo sulla percezione e sull’articolazione dello spazio.

Nel lavoro site-specific di Loparco, l’antico cancello in ferro ossidato trasforma il confine da elemento di separazione a possibilità di passaggio; in Compossibili, cinque elementi condividono lo stesso spazio e si definiscono reciprocamente attraverso la luce, i riflessi e le trasparenze.

In entrambi i casi, l’identità dell’opera non è isolabile dalla relazione che instaura con ciò che la circonda.

La loro presenza rende più poroso il confine tra oggetto e ambiente, suggerendo una lettura del giardino non come semplice contenitore, ma come parte attiva dell’esperienza espositiva. In questo spazio, infatti, le opere ridefiniscono il paesaggio e, contemporaneamente, ne vengono trasformate. La luce, la vegetazione, i dislivelli e le condizioni atmosferiche incidono sulla percezione dei lavori e ne modificano continuamente la relazione con il contesto. Lo spazio espositivo diventa così un luogo da esplorare e abitare, nel quale la fruizione si costruisce attraverso il movimento, la sosta e la scoperta.

 

A questa dimensione appartiene anche La Ginestra, o fiore del deserto di Giuliet Françoismarie, installazione scultorea in ceramica che porta all’interno dell’arena la relazione tra materia, natura e memoria poetica.

I quattro elementi accolgono fiori ed estratto di ginestra, trasformando la resistenza di una pianta capace di crescere nei territori più aridi in una riflessione sulla vulnerabilità e sulla possibilità di rinascita. La fragilità diventa così una condizione condivisa dalla quale può emergere una diversa forma di prossimità, capace di unire dimensione individuale e responsabilità collettiva.

Gli interventi di Alberto Vannetti, Il mondo in mano e Preghiera, occupano invece una zona di passaggio tra immagine, parola, materia e tensione civile. Nel primo lavoro, il dispositivo visivo pone l’essere umano di fronte alla fragilità del presente e alla responsabilità che deriva dalla possibilità di intervenire sul mondo; in Preghiera, il linguaggio assume la forma di un’invocazione laica, creando uno spazio di raccoglimento nel quale fragilità, desiderio di futuro e possibilità di cambiamento entrano in relazione. Le opere introducono così nell’arena una dimensione esplicitamente interrogativa: non offrono una risposta, ma orientano lo sguardo verso ciò che può ancora essere custodito, trasformato o compromesso.

A questa pluralità di presenze si lega il carattere performativo del progetto. Con Mutamenti, Massimo Nardi introduce nel percorso l’instabilità del corpo e la possibilità dell’imprevisto. Corpo, pittura e materiali di recupero partecipano a uno stesso processo di trasformazione, nel quale ciò che è residuale viene sottratto allo scarto e ricondotto a una nuova presenza estetica e sociale. La performance non occupa un tempo separato dall’esposizione, ma ne modifica il ritmo, stabilendo nuove tensioni tra ciò che permane e ciò che accade una sola volta.

La performance rende visibile il tempo dell’opera: il suo accadere, il suo modificarsi e il suo prendere forma davanti allo spettatore.

Il pubblico non si trova di fronte a una scena separata, ma all’interno di una situazione condivisa. Osservare significa scegliere una distanza, cambiare prospettiva, seguire un gesto o interrompere il proprio percorso. La partecipazione non è imposta né ridotta a un gesto programmato: nasce dalla consapevolezza di essere presenti nello stesso spazio e nello stesso tempo dell’evento artistico.

Una diversa temporalità attraversa Albedo di Gianni De Serio. L’immagine video richiede durata, attesa e permanenza, contrapponendo al semplice attraversamento la possibilità della sosta. Il cosmo acquatico inscritto entro un perimetro circolare conduce lo sguardo attraverso un processo di trasformazione nel quale oscurità, corpo, apnea e progressiva emersione della luce costruiscono una tensione tra profondità e riemersione. Il tempo non costituisce soltanto la materia dell’opera, ma diventa una condizione della sua esperienza: vedere significa restare, attendere che l’immagine muti e lasci emergere ciò che inizialmente non è visibile.

Dieci artisti e molteplici linguaggi compongono così una costellazione di presenze autonome. La pluralità degli interventi non definisce una ricognizione né cerca una sintesi, ma rende possibili associazioni temporanee. Scultura, fotografia, pittura, ceramica, video, installazione, parola e performance non vengono chiamate a convergere verso un unico significato: ciascuna individua una direzione, apre una soglia o introduce una deviazione. Lo spettatore è invitato a muoversi all’interno di questa trama, costruendo connessioni necessariamente parziali e personali.

Prologo è il titolo di questo primo capitolo perché il progetto si colloca deliberatamente nella condizione dell’inizio. Non anticipa una forma già stabilita, ma apre un processo. Arena Visionari si presenta come uno spazio destinato a definirsi nel tempo attraverso gli artisti, i pubblici e le relazioni che sarà capace di attivare.

Per due giorni, l’arena diventa il luogo in cui le opere si avvicinano senza confondersi, il pubblico orienta il proprio sguardo e il giardino si rivela attraverso nuove presenze.

Non uno spazio da contemplare a distanza, ma una forma temporanea da attraversare e abitare.

Bibliografia
– Nicolas Bourriaud, Estetica relazionale, Les presses du réel, 1998.
– Pierre Bourdieu, Il campo della produzione culturale: saggi sull’arte e la letteratura, Polity Press, 1993.